Studio di psicologia e psicoterapia cognitivo-comportamentale
Dott. Paolo Ricci
...un disoccupato non è solo un lavoratore alla ricerca di un impiego.

Accanto all'inevitabile sostegno nella ricerca di un reinserimento nel mondo del lavoro bisogna sostenere psicologicamente il disoccupato e chi ha vissuto un fallimento.

La condizione del disoccupato
Numerosi studi hanno messo in evidenza quanto l'esperienza della disoccupazione possa incidere sullo stato di salute psicofisica, aggravando stati patologici e favorendo l'insorgere di disturbi di vario tipo. Infatti, le conseguenze della disoccupazione sulla salute, che spaziano dal campo psico-sociale a quello delle dipendenze fino alle malattie cronico-degenerative, toccano sia il piano economico (reinserimento compromesso, aumento dei costi sociali, ecc.) sia quello sociale colpendo direttamente le persone che stanno attorno al disoccupato in particolare la famiglia. In questo caso p.es., i figli subiscono non solo le conseguenze legate all'abbassamento del livello di vita ma anche le ripercussioni a livello di rapporti familiari. Facendo una ricognizione delle soluzioni ipotizzate per arginare i danni causati dalla disoccupazione emergono gli sforzi volti al reinserimento professionale (riqualifica, tecniche di ricerca di impiego o programmi di orientamento), mentre pochissime sono oggi le altre soluzioni messe in opera mirate al sostegno del disoccupato in quanto "persona in un momento di crisi" (quindi mirate alla riduzione dei rischi con un approccio preventivo) e non solo come "lavoratore alla ricerca di un impiego". Infatti, anche se oggi il disoccupato è una figura meno anomala rispetto agli anni passati, la perdita dello status di lavoratore comporta ancora conseguenze difficili per l'individuo, soprattutto a livello della sua identità. Questa perdita costituisce una minaccia per l'integrità dell'immagine di sé, poiché è attraverso questa condizione che l'identità di un individuo si costruisce, s'afferma e si mantiene. Privato del reddito e dell'identità di una professione, il disoccupato si sente in basso alla scala gerarchica sociale. Assumere il ruolo del "perdente" costretto a dipendere dagli altri domandando le indennità allo Stato e talvolta a subire, con sentimenti di vergogna, i sospetti altrui di oziosità, è umiliante e a volte intollerabile. Questa difficile situazione provoca un grande stress, spesso seguito e accompagnato da sintomi psichici, fisici e dall'adozione di comportamenti a rischio. Molte sono le persone che perdendo il lavoro assumono comportamenti a rischio: si constata soprattutto un aumento del consumo di tabacco e di alcol e si accentua l'uso di medicinali; in alcuni studi si è riscontrata una tendenza ad ingrassare presso gli uomini disoccupati. La situazione economica sempre più precaria, la vergogna di essere in disoccupazione, i sentimenti di inutilità e di colpevolezza provocano un isolamento sociale progressivo che può condurre anch'esso alla depressione e potrebbe essere anche fonte di comportamenti a rischio.
Differenti reazioni
Le reazioni che si succedono nell'individuo all'evento "disoccupazione" sono di vario tipo. Non si osserva infatti un andamento lineare bensì un'evoluzione secondo il periodo in cui vengono osservati. Sono state descritte numerose fasi che possono essere riassunte in quello che viene chiamato "ciclo di adattamento".
a. la fase immediatamente successiva all'inizio della disoccupazione è caratterizzata da uno "shock" o da "immobilismo" durante la quale la persona è sopraffatta dall'evento;
b. successivamente l'individuo cerca di "minimizzare" quanto avvenuto; si tratta di una fase chiamata "ottimistica", accompagnata da sensazioni di "alleggerimento" per il fatto di non doversi recare quotidianamente al lavoro;
c. dopo pochi mesi subentra però una fase "depressiva" (fase "pessimistica") nella quale sono presenti anche sentimenti di "rabbia" e di "ribellione", e che porta ad una perdita di autostima fino ad arrivare ad un esaurimento della capacità di reazione;
d. segue una fase di "fatalismo" ed "apatia" nella quale prevale una reazione di "razionalizzazione" e di "adattamento" alla nuova realtà.

Esiste anche una fase "anticipatoria" nella quale i sintomi sono legati alla minaccia della disoccupazione. I decorsi individuali possono variare rispetto a questo modello, che si rivela però utile per meglio comprendere i vissuti personali ed individuare reazioni chiaramente abnormi e fonti di ulteriori patologie.
Strategie di adattamento negative
1. I sensi di colpa come difesa nei confronti della propria impotenza Regolarmente si riscontra fra chi è disoccupato la ricerca del "perché" di questa situazione. Non è raro che la causa venga individuata nei comportamenti assunti o nei tratti di personalità: "Siccome non sono stato abbastanza gentile o non sono stato capace di adattarmi non mi hanno voluto". In questo modo ci si attribuisce un'influenza su quanto avvenuto ben maggiore della realtà, reagendo al senso di impotenza di fronte a quanto sta avvenendo. Il rischio è la perdita dell'autostima e la vergogna.

2. Il "sabotaggio" preventivo come protezione dalla delusione Si ha a volte l'impressione che, dopo un lungo periodo di disoccupazione, la persona alla ricerca di un lavoro "provochi" il fallimento dei vari tentativi. Dopo aver inoltrato numerose richieste l'atteggiamento di fondo è quello di chi si dice "Non ha nessun senso, continuo a presentarmi per nuovi posti ma ad ogni modo mi rifiuteranno sempre." E spesso queste profezie si confermano. In questo modo ci si protegge dalla delusione, dalla frustrazione di rifiuti ripetuti.

3. La negazione della realtà In queste situazioni la gravità della situazione è minimizzata, tutto sembra facile, e nulla è cambiato rispetto alla situazione di occupazione, anzi "si sta meglio!". A breve termine questa modalità di adattamento può essere positiva, ma con il passare del tempo impedisce di affrontare realisticamente i problemi e di adottare comportamenti e decisioni che il contesto richiede.